lunedì 25 settembre 2017

Destinazione Deserto, verso il Sahara occidentale, nel cuore del Marocco

La prima volta che ho deciso di fare un viaggio, l'ho fatto con tutto l'entusiasmo che si può avere quando si va incontro ad una nuova esperienza mai fatta prima. Avevo deciso così che quel viaggio meritava un nome e non ricordo per quale motivo, come non ricordo il motivo per cui ho voluto nel tempo creare lo pseudonimo del mio vero nome scegliendo Ale Fox, il nome di quel viaggio doveva essere The Freak ride tour.
Adesso, a parte il nome oggettivamente bruttino (in realtà pensavo di fare solamente quella come esperienza, non pensavo avrei replicato tutti gli anni) e privo di ogni appetibilità IN TERMINI DI MARKETING, ma al quale per ovvi motivi sono affezionata, è successo che i viaggi si sono susseguiti e che non potevano chiamarsi tutti allo stesso modo; essendo a questo punto considerati come capitoli di un viaggio molto più lungo (almeno spero), che è quello della crescita, dello sviluppo e della maturità, ho deciso di creare dei sottotitoli e per questo ogni "Freak ride tour" porta con se il sottotitolo del tema affrontato quell'anno.
Se arrivati a questo punto state ancora leggendo, mi complimento e passo a spiegare le motivazioni per cui il prossimo viaggio in terra marocchina non può avere il titolo T.F.R.T.
I requisiti che un viaggio deve avere per chiamarsi The Freak ride tour + sottotitolo devono essere di base i seguenti

- Bisogna che sia un viaggio in solitaria
- Bisogna che abbia una durata superiore alle 3 settimane
- Bisogna che sia frutto dell'esperienza precedente, ma tuttavia totalmente diverso

se viene a mancare uno solo di questi requisiti non merita di chiamarsi in quel modo

Tutto questo è una giustificazione al fatto che il prossimo viaggio in Marocco non potrà avere per titolo quello di tutti i precedenti, visto che viene a mancare uno dei requisiti base, quello della durata. Per motivi legati a troppi fattori, quest'anno non potrò abbandonare casa per più di tre settimane, che comunque saranno allo stesso modo sufficienti per fare quello che avevo intenzione di fare.

Tutto questo pippone non me lo sono fatta tanto per, ma perchè comunque penso che ogni viaggio meriti un nome e non potendo appoggiarmi a quelli precedenti ne ho dovuto coniare uno nuovo.
Quest'anno il titolo del viaggio sarà "Scappata di casa - perdersi nel deserto del Sahara".



Che vuol dire? - attenzione altro pippone (!!!)

Il termine "scappata di casa" in realtà l'ho palesemente rubato a uno dei miei miti sportivi. Quando facevo finta di fare sport a livello agonistico mi è capitato di socializzare con un gruppo di cicliste del nord Italia, e una di loro, diciamo la portabandiera della causa, un giorno, prima di una gara, usò il termine "scappate di casa" per indicare tutte quelle che partecipavano a questa gara con spirito agonistico ma nel senso totalmente sportivo. Un gruppo di donne che nella vita ha la passione per lo sport, ma non vive di questo, che ha una famiglia, un lavoro, dei bambini etc, che quindi per ovvi motivi non si tratta di donne dedite alla disciplina olimpionica, ma di donne che si divertono molto a fare sport e che poi ottengono anche dei bei risultati.
Perchè mi piace il termine "scappata di casa"? Perchè facendone un'accezione del tutto mia l'ho rilegata molto all'immagine dei viaggi che faccio, cioè quelli che non richiedono una preparazione dal punto di vista fisico (almeno non come la intenderebbe un sportivo vero), quelli che non so dove dormo la notte ma poi si vede, quelli che se mi perdo è meglio perchè vivo cose che non mi aspettavo, quelli che vado li perchè non c'è turismo, quelli che non porto attrezzatura al massimo una mappa cartacea, quelli che amo tanto perchè essendo organizzati dal caso risultano essere quelli che poi rimangono in fondo, quelli che nessuno lo crederebbe, mancano di qualsivoglia forma di organizzazione, ma che richiedono uno sforzo "intellettuale" e di coscienza, perchè alla fine l'unica cosa che importa è saper rischiare senza imboccare una via a senso unico. C'è un termine che viene utilizzato per identificare tutto questo genere di persone: gli scappati di casa, abbastanza semplice.

Quindi finalmente vado al punto:

il viaggio di quest'anno sarà più breve, più intenso, più deserto, più tutto. Partirà dal Marocco (da Marrakesh) e si svilupperà ai confini dell'Algeria, passando tra le famose montagne della Catena montuosa dell'Atlante (ovvero la Adrar n Dern), attraversando parte del Sahara Occidentale (ovvero quello che nella fantasia sviluppiamo come l'immagine delle dune, delle oasi e dei beduini) e poi non si sa, se lo sapessi non sarei una scappata di casa.

Quando parto? Se la compagnia aerea non mi tira brutti scherzi a fine ottobre

Obiettivi principali: tornare con la bici (e non farsela rubare come lo scorso anno), tornare con tutte le dita ai piedi (visto che la sfiga quest'anno ha voluto donarmi un dito che si stacca da solo)

Cosa mi aspetto? Ve lo spiega meglio lui:

Ho sempre amato il deserto.
Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio… (Antoine de Saint-Exupéry)

lunedì 12 dicembre 2016

U.S.A. PARTE QUINTA - nella terra dei cowboy, dei coyote e dei cactus

L'Arizona era più o meno come l'avevo immaginata: cactus, cactus, cactus giganti, cactus nani, cactus sferici, quadrati, gialli, verdi, arancioni, ovunque, coyotes dalle 12.00 alle 5.00 a.m. e cowboys.

Qua se non possiedi un cavallo non sei nessuno.



E infatti doveva succedere che all'ennesima bucatura, senza più tip top e camere nuove alla disperata ricerca di una soluzione (e qua fate attenzione: perché è solamente nei momenti di totale disperazione che escono fuori le genialate) tento l'impossibile: faccio un nodo alla camera in prossimità della foratura in modo che l'aria non esca dal buco e che io possa almeno avvicinarmi alla città più vicina.
Mentre compio questa azione non senza difficoltà, ovviamente nel bel mezzo del nulla, da dietro le mie spalle sento il rumore di un cavallo che si avvicina.
- Stay your way - è la frase pronunciata con un assurdo accento dell'Arizona dal tipo che guidava il cavallo, io me lo guardo, come solo una siciliana sa fare e rispondo - Yes, I do - poi richiudo il copertone e lui ancora sopra il cavallo mi chiede cosa stessi facendo.
Gli spiego che non mi aspettavo di bucare una volta ogni 100 km maledicendo tutti i cactus intorno e che avendo finito sia le camere che le tip top sto cercando di ingegnarmi in qualche modo perché la prossima città (e per fortuna una ce n'è e ci sono vicina) è a 50 km da quel punto.
Se non conoscete un cowboy dell'Arizona non potete sapere di certo che sono infinitamente testardi e pieni di se, quindi mi dice di seguirlo perché lui mi avrebbe aiutata.
Non è che fossi preoccupata, solamente non capivo cosa potesse fare lui in mezzo a un campo di cactus in sella al suo cavallo.
Mi porta in prossimità della strada e si mette a gambe aperte, cappello in su e braccia tese. Rimane così sorridendo sotto il sole e facendo un occhiolino mentre io all'ombra di un cactus gigante me lo guardo e già penso a dove potermi accampare quella notte perché sono certa che rimarremo ad aspettare per parecchio tempo.
Fortunatamente poco tempo dopo un pick-up passa ed è costretto a fermarsi per non mettere sotto il tipo con tanto di speroni e stivali in pelle. A bordo due bionde, non credo nemmeno maggiorenni; sento che discutono un po', poi mr fantastic si gira verso di me e mi fa cenno di salire dietro la mia bici. Mi spiega che le due signorine mi avrebbero portata fino alla prima città, mi regala il suo cappello e mi saluta augurandomi un buon viaggio.



Ok, salgo la bici e mi posiziono sui sedili posteriori mentre le ragazze visibilmente seccate dalla mia presenza si scambiano complici sguardi.
Appena partiti una delle bionde chiama qualcuno al telefono - Yes dad, we carry a girl with a bike … yes we are going to wichensburg … - io sorrido da dietro il pickup e penso che a volte ho davvero tanta fortuna, stavano addirittura scendendo verso sud, esattamente dove volevo andare io.



Wickensburg è una cittadina in mano ai cowboy, ma per fortuna nel suo enorme centro commerciale riesco a rimediare un kit per riparare le forature e ne compro cinque scatole (che nella vita non si sa mai, il viaggio non è ancora finito e con la freccia dell'indiano ancora dietro chissà cosa può succedere).
Non ci sono molti posti a Wickensburg per dormire, a dire la verità non ce n'è nemmeno uno. Ma io sono davvero stanca e non ho voglia di girare a zonzo per delle ore solamente per trovare un buon posto dove stare. Così vedendo che tutta la città non è altro che un enorme e continuo ranch decido di incamminarmi per trovare una piazzola tranquilla.
Così trovo un posto abbastanza distante dalla città e allo stesso tempo non troppo lontano da camminare a lungo.
Il pezzo di terra è privato e un cartellone dice di pagare 3 dollari per dormire li dentro ma che è assolutamente vietato piantare la tenda.
Già ero abbastanza innervosita dal fatto di dover pagare per dormire in un pezzo di terra abbandonato senza nessun servizio, figurati se mi importava qualcosa di quel cartello; pago la mia quota, e la pago per il semplice motivo che avevo la forte sensazione di essere osservata e quindi volevo evitare noie nel bel mezzo della notte ed entro in quel ranch dove ad ogni passo si alzava il polverone con già la sensazione che non avrei dormito benissimo.
Solamente a mezzanotte mi accorgo di quanto fosse stato giusto dar retta a quel cartello e non alla mia testa. In quello spiazzo completamente vuoto comincia un concerto di ululati alla luna calante. Sono semplicemente agghiaccianti e terribilmente vicini alla mia tenda. Io non conosco per niente i coyote, ma con entrambi gli occhi aperti e una mano al coltellino tento di fare mente locale e cercare di ricordare se avevo cibo fresco che potesse attirarli.
Per fortuna nulla, il concerto finisce alle prime luci dell'alba e io finisco per passare la notte in bianco e così sarà per la successiva e quella dopo e quella dopo ancora nella mistica terra dei cactus, dei cowboy e dei coyote.

Alla fine capisco che ci vuole poco nella vita per essere felici, in quel particolare frangente della mia vita bastava il deserto, per questo decido che per rientrare a casa l'ultima tappa non poteva altro che essere, per dovere e piacere il deserto :) … non certo senza passare prima per la frontiera Messicana, ma questo in Arizona non lo sapevo ancora


lunedì 28 novembre 2016

U.S.A. PARTE QUARTA - considerazioni sul koan dell'albero

“Se un albero cade in una foresta senza che ci siano spettatori alla scena, l’albero produce un rumore cadendo?”
La risposta alla domanda sarebbe che se non ci sono spettatori allora l’albero non produce rumore, perche’ la realta’ non e’ oggettiva ma soggettiva, un parto della nostra mente ed e’ la nostra personale elaborazione degli aspetti fisici del mondo che permette loro di assurgere all’esistenza. 

Io non credo in molte cose, non credo nelle cose durature per esempio, e infatti era destino che dovessi forare

grazie ad una spina di cactus
in mezzo al nulla
sotto il sole
tra il Mojave e il Sonora
con 40°
poco prima del tramonto

Dopo aver individuato la spina provo in tutti i modi a toglierla, anche usando il coltellino e cercando di allargare il foro nel copertone per sfilarla, ma nulla, quella rimaneva la immobile.
Il problema era che secondo la mia cartina e secondo il mio cervello, c'era una gas station a circa 20 miglia di distanza e io dovevo per forza raggiungerla, perché ero rimasta senza carburante (cibo e acqua), ma quella maledetta spina non ne voleva sapere-
Decido quindi di avviarmi a piedi, erano le 15.00 passate, ma secondo la mia testa a piedi prima di notte sarei riuscita ad arrivare alla gas station e l'indomani avrei riprovato a togliere la stronza, magari in altri modi, magari con più calma, magari mi sarebbe venuto in mente qualcosa.
Dopo circa un'ora e mezza avevo terminato l'acqua, le mie labbra si erano completamente seccate e una piccola sensazione di disagio cominciava a farsi spazio, dando vita alla consapevolezza che stavo cominciando ad agitarmi e questo non è un buon segno.
E se non avessi raggiunto la gas station?
E' che ci sono certe situazioni che non sai mai come possono finire ed è questa incertezza che comincia ad essere pericolosa, perché non sai mai come potresti reagire a determinate condizioni fisiche.

Quando d'un tratto eccolo la, un grosso camper bianco veniva dalla direzione opposta, loro avrebbero sicuramente avuto acqua e cibo dentro.
Lascio cadere la bici, mi getto in mezzo alla strada, comincio ad agitare le braccia e a urlare.
Il camper rallenta, "eccolo" immagino "cazzo meno male Ale, che culo!!!", poi mi scansa quasi sbandando e mi sorpassa "ecco, va bene, gli americani fanno così, ci mettono un po' a fermarsi", ma poi vedo che comincia a prendere velocità e lo vedo scomparire all'orizzonte sbiadito dal colore del sole.
Ci metto un po' a realizzare cosa fosse successo, non poteva essere vero, non doveva essere vero.

Riprendo la bici e ricomincio a camminare alternando momenti di entusiasmo a momenti di completa disperazione.
Non ricordo esattamente che ore fossero, ma una macchina mi sorpassa e poi accosta. Scendono due donne, una di mezza età e l'altra poco più giovane, e mi chiedono se ho bisogno di aiuto.
La prima cosa che chiedo è l'acqua, poi dopo avergli prosciugato la tanica chiedo se hanno cibo con loro. La ragazza mi dice di no. Allora ringrazio per la gentilezza e saluto. La donna sale in macchina e scende dopo pochi secondi con una busta piena di noccioline, mi guarda e dice "so che non sono molto, ma magari ti fa piacere mangiarle". Io la ringrazio nuovamente e poi le guardo scomparire all'orizzonte. Nessun'altra macchina è passata di la quel giorno.




L'unica soluzione che ho trovato per riparare la foratura è stata usare la camera bucata per fare spessore e impedire alla spina di bucare anche quella nuova. Ha funzionato per alche centinaia di km ma nulla ha impedito a quelle spine maledette di bucare tutte le mie camere d'aria.

“Strappa la trama [del mondo naturale] e lo schema di colori si dissolve. Il disegno risiede in come il tessitore sistema i fili: in questo modo o in quello, come detta la moda. […] Dire che qualcosa ha senso significa dire che e’ cosi’ che noi lo organizzeremmo; il modo in cui ne comprendiamo la natura e cio’ che tu o io comprendiamo potrebbe differire da come lo comprende un gatto, ad esempio. Se un albero cade in un parco e non c’e’ nessuno in prossimita’, sara’ silenzioso ed invisibile e senza nome. Se noi scomparissimo, non ci sarebbe affatto albero; tutto il significato scomparirebbe con noi, a parte quello che ne trarrebbe il gatto, naturalmente.”

Fortunatamente lungo la strada per raggiungere il grand canyon ho trovato una cittadina con un negozio di bici.

Se avete intenzione di attraversare un'area deserta tenete presente che l'unica volta che non avrete sufficiente acqua per andare oltre il punto che avete fissato sarà la volta che rimarrete a piedi per un contrattempo più o meno grave.

Se vedete una persona in mezzo alla strada che agita le mani, non fermatevi alle apparenze, perché molto probabilmente non è pazza, ha solo bisogno di aiuto.

Il ragazzo addetto alle riparazioni mi ha regalato il kit per le forature e un paio di nuove camere d'aria. Poi ho comprato una tenaglia per togliere le spine e tutto si è risolto in qualche modo, alla fine del viaggio ho bucato per un totale di 15 volte. Considerando che ho cominciato a bucare dopo una decina di giorni dall'inizio del viaggio, la media era di una una/due volte al giorno.


Non è che prima di partire mi aspettassi di vedere gli indiani con le piume che fumano il calumet e dormono nelle tende, però passando all'interno di una riserva indiana mi sono resa conto di quanto questi si siano americanizzati. La maggior parte di loro è un cibo merda dipendente affetto da grave obesità, il restante percento è già ubriaco alle 14.00 del pomeriggio. Nonostante questa ssurda visione mi trovo costretta a fermarmi in una gas station e la fortuna vuole che a quell'ora in quel piccolo villaggio di ubriaconi un vecchio indiano, capelli lunghi raccolti in trecce mi fa cenno di sedermi vicino a lui. Li per li non mi rendo conto che lui fosse il capo villaggio, sinceramente vedendoli così americanizzati non pensavo esistesse ancora un capo tribù, e invece il simpatico vecchietto insiste perché mi sedessi vicino a lui all'ombra di un consumato tabellone. Lo scenario è improbabile: la mia bici è parcheggiata sul retrobottega, una vecchia pompa di benzina semiabbandonata in un piccolo villaggio sulle colline, enormi signori dalla pelle scura e trecce lunghe passeggiano ai bordi delle strade e io sono seduta di fianco a un vecchio indiano a fumare una sigaretta e a raccontargli gli ultimi giorni di viaggio tra i loro territori dai quali sono stati prepotentemente buttati fuori.






Lui ascolta in silenzio e a un certo punto mi blocca esordendo in un inglese arcaico - ragazza dalla pelle bruciata dal sole è ragazza che sa molte cose - io lo ringrazio, pensando fosse un mezzo pazzo ed entro in bottega per comprare l'acqua. Prima di lasciarmi andare mi regala una freccia e mi spiega che quelli sono i colori della sua tribù e che mi avrebbe portato fortuna lungo i sentieri della terra di fuoco.
Alla cassa una ragazza mi dice che quello è "un nome impronunciabile che non ricordo assolutamente" il vecchio capo villaggio e che raramente parla con qualcuno, quindi devo ritenermi fortunata.
E io continuo a sorprendermi del fatto che non passa un solo giorno dove non succede qualcosa di strano o improbabile.


Sta di fatto che pur non essendo scaramantica a me dopo l'incontro con l'indiano mi è cominciato a sorgere il dubbio che un pochino di sfiga quella freccia mi ha portato. Se prima tra i deserti di roccia della california e quelli di fuoco del nevada avevo bucato solamente una volta, dopo aver attaccato la freccia alla pipa della bici ho cominciato a bucare anche due volte al giorno, e ripeto, pur non essendo scaramantica, non so perché, il pensiero di sotterrare la freccia in qualche parte isolata in mezzo ad un altro deserto mi faceva ancora più paura, magari abbandonare quell'oggetto mi avrebbe portato il doppio della sfiga. Ma è così, quando viaggi il cervello ti dice delle cose che nella normalità non avresti mai pensato e anche oggi che scrivo da casa penso se avessi fatto meglio a buttarla quella freccia, ma la motivazione la scriverò in seguito.

C'era un saggio che diceva più o meno questa cosa: non aspettatevi mai nulla dalle cose e queste vi sembreranno più belle.


E di solito è questo che faccio, inseguo un obiettivo cercando di non metterlo mai totalmente a fuoco e in questo modo tutta la fatica che ho sudato per averlo non sarà stata sprecata se lo spettacolo non vale la candela.
Non lo so, sarà stato il troppo casino di gente, un via vai continuo di autobus, asiatici ovunque (e chi legge questo blog si ricorderà quanto ho scritto sui molesti asiatici in vacanza), sarà stato quell'enorme cartellone pubblicitario del McDonald a qualche miglio dal posto, sarà stato che mi aspettavo forse qualcosa in più, ma a me il grandcanyon non è piaciuto poi tantissimo.

Arrivo in un campeggio tra i boschi che era quasi il tramonto e dopo aver pagato 6 dollari per una piazzola condivisa comincio a montare la tenda.
Subito sento i passi di qualcuno che si avvicina con fare incuriosito, si trattava di Jmke, la mia vicina di tenda. Scambiamo i soliti convenevoli mentre a fatica con una grossa pietra (nella vita ci dobbiamo adattare) butto giù i picchetti, e scopro che lei e il marito sono in bici.
Da non crederci. I primi ciclisti dopo quasi 3 settimane di silenzio, ero quasi commossa, perché nessuno può capire un globe-trotter in bici se non è anche lui sullo stesso mezzo.
Loro sono due insegnanti tedeschi Jmke & Ralph, che dopo aver preso due anni sanatici hanno deciso di vedere il mondo su due ruote.
Penso che li seguirò volentieri sul loro sito in aggiornamento.
Di solito la prima cosa che mi dice una donna è "brave, really brave", ma Jmke NO e per questo le vorrò bene per il resto della mia vita, lei è riuscita a farmi il complimento più bello di sempre.
Stavamo cenando a lume di falò, tra un paio di birre e una bottiglia di rosso, quando a un certo punto mi guarda e dice: io lo so che non si disturbano i ciclisti quando arrivano stanchi al tramonto e devono ancora montare la tenda, ma quando tu sei arrivata io stavo sdraiata a leggere e ho sentito nell'aria una sensazione strana, sentivo che l'aria era prega di una personalità molto forte ed è stato impossibile non venirti a parlare.
Mai nessuno mi aveva detto queste parole, sono rimasta a bocca asciutta, senza sapere cosa dire, credo solo di essere diventata rossa, ma tanto al buio nessuno se ne è sicuramente accorto.
La serata finisce in caciara, tarallucci e vino, è la prima volta dopo tanto tempo che mi sento a perfetto agio con perfetti sconosciuti.


L'indomani il mio obiettivo era svegliarmi non prima delle 9.00, e infatti alle 5.30 ero già in bagno a lavarmi i denti. Decido quindi di non sprecare il giorno oziando, ma preparai qualche litro di acqua e un po' di cibo per la scalata del grandcanyon.
Adesso nel south trim ci sono diverse escursioni possibili da fare. La più bella, e ovviamente la più turistica, è la via che dalla sommità del canyon porta al fiume Colorado, giù giù giù in basso.
Inizialmente colgo una leggera delusione alla vista di tutti quegli escursionisti novelli (senza nemmeno uno zainetto per acqua e cibo), è tutto troppo semplice. Però ovviamente più continui a scendere e meno gente trovi, e fu così che cammina cammina mi ritrovai giù al fiume Colorado, giusto il tempo di lavarmi la faccia e ricomincio a camminare per non arrivare al campeggio con il sole calato da un pezzo.



Adesso, ho preso tanto in giro gli escursionisti novelli, ma non è che io sia meglio di loro.
Infatti passo gran parte della serata a vomitare vicino al fuoco dove i miei vicini di tenda avevano appena cominciato un party di addio al canyon.
Mi hanno spiegato che di solito chi scende al fiume rimane li a dormire una notte e non si fa 14 ore di cammino sotto al sole, con l'aria secca e poca acqua; quindi probabilmente la mia dissenteria è dovuta all0intensa fatica e disidratazione.
Mi riempiono di sostanze energetiche e mi mettono a dormire, e vi dico che sono stata tutta la notte con l'ansia di vomitare in tenda e di non sapere come lavarla.
L'indomani sto una favola, così mi decido a percorrere un nuovo sentiero, questa volta solo di 6 ore.



Quello che di solito succede in un viaggio è che quando passi più di mezza giovata con qualcuno questo diventa la tua famiglia.
Dire addio ai tedeschi e poi ai texani è stato difficile, ma siccome io e la coppia tedesca scendevamo a sud abbiamo concordato l'indomani di ritrovarci nella cittadina di Ash Fork (140km da li) per l'ultima birra assieme.

Il giorno dopo, levate le tende ho la leggera sensazione che non sarebbe stata una giornata facile, e infatti un maledetto carnoso vento da sud a 45 km/h ha fatto in modo che per percorrere 140km in discesa ci abbia messo circa 10 ore.
Quella sera ho aspettato i miei amici all'unico bar della città invano (noi viaggiatori di fortuna non ci scambiamo numeri di telefono, ma solo email e promesse), e quando le luci dei lampioni si sono accese e l'insegna del motel ha cominciato a illuminare le quattro case nell'unica via della città, ho capito che le promesse dei ciclisti sono come quelle dei marinai, che non fa bene guardarsi indietro e che bisogna pensare solo alla strada che verrà, in fondo siamo tutti di passaggio, è sempre inutile affezionarsi, ma questo lo sapevo già dal giorno prima, per questo li ho salutati al meglio, di certezze non ce n'è mai l'ombra.


martedì 22 novembre 2016

U.S.A. PARTE TERZA - scappare dal deserto per raggiungere un altro deserto

La storia si ripete, ma questa volta il paesaggio rimane sempre lo stesso, l'unica virgola potrebbe essere l'Area51.
Divertente perché viene sponsorizzata come quella particolare striscia di terra dove sono stati e vengono tutt'ora avvistati gli ufo, ma in realtà si tratta semplicemente di una zona militare e più che ufo ho avvistato innumerevoli jet ultrasuono.
Quando sei nel deserto a un certo punto gli eventi tendono a ripetersi, sopratutto in un paesaggio che non presenta evidenti varianti altimetriche, allora all'ennesima tempesta di sabbia sai già come prendere in mano la situazione e dai per scontato che non troverai altro di stimolante o altro diversivo fino a quando il paesaggio non cambia.

Errore

A un certo punto la strada si interrompe, diventando come sempre sterrata, ma un enorme cartello con su scritto "attenzione area militare", bisognerebbe non prenderlo alla leggera.
E' che noi non abbiamo queste tipologie di aree militari, o se ci sono io non le ho mai viste; quindi vado tranquilla, ignorando il cartello.
Pedalavo da ore sotto il sole, oramai era quasi ora di pranzo, stavo solo cercando una roccia che mi facesse ombra per fare una piccola pausa, quindi ero leggermente soprappensiero.
In quel particolare punto della vallata l'aria era completamente ferma e mi godevo quel silenzio tombale cantando a squarciagola qualche stupida canzone, quando a un certo punto, improvvisamente dal nulla, sento che l'aria si sposta velocemente facendo pressione dietro le mie spalle.
Il primo pensiero è stato - ma che caaaaa….- ma nemmeno il tempo di girare la testa ho visto quest'ombra enorme sopra di me e la pressione dell'aria si è spostata da dietro le mie spalle a sopra la mia testa, qualche attimo dopo un enorme boato, non scherzo se dico come minimo 10 volte più assordante del tuono di un fulmine caduto a non poca distanza.

Ci metto qualche secondo a realizzare cosa potesse essere, qualche ora a stappare le orecchie e tutto il giorno a chiedermi cosa fosse saltato in mente a quel cretino e che bisogno aveva di volare a qualche metro dalla mia testa.
Qualche giorno dopo andrò a scoprire che non è che è proprio una mossa intelligente entrare nell'area 51, appunto perché essendo area militare ogni "oggetto" diverso da una pietra viene visto come una minaccia.

L'area 51 termina in una graziosa cittadina dal buffo nome: Pahrump.
Di questa cittadina ricorderò la sua inutile estensione (grossa quanto milano), inutile perché c'è una casa e una chiesa a circa 1km di distanza l'una dall'altra, in totale la città avrà contato 20.000 abitanti, la sua gente, come le popolazioni di ogni città che si trova in mezzo a un deserto, è abbastanza particolare (con i loro tic, il loro accento assurdo e lo sguardo spento ma pazzo allo stesso momento), il suo punto di raccolta è un enorme centro commerciale.

Questa brevissima pausa cittadina non mi fa certamente dimenticare il mio obiettivo e l'indomani ricconi nel deserto, nuovamente pronta a prendere calci in faccia dalla sabbia.
La mia intenzione era quella di raggiungere la Valley of Fire, ma per farlo mi trovavo costretta ad attraversare il centro di Las Vegas,

Cosa davvero colpisce di questa città sono i suoi limiti: là dove iniziano le lussuose villette di periferia con annesso giardino sempreverde c'è il deserto del Mojave sempre pronto ad ucciderti. Il centro della città è di uno squallore mai visto prima, alle otto del mattino una flotta di zombie ubriachi è pronta a strattonarti, deriderti, urlarti contro qualche stupida battuta e io per fortuna ne esco alla svelta.
Mi ritrovo così dopo appena pochi km di nuovo in mezzo alle bellezze del deserto, questa volta in una riserva indiana e parco naturale: Valley of Fire.
Una giornata davvero difficile, tutta in salita e già stressata dal passaggio a Las Vegas, ma il pensiero di farmi un paio di giorni di riposo all'interno dell'area ha fatto in modo che riuscissi ad andare avanti.
Mi mancava solamente un miglio all'arrivo, il paesaggio era mozzafiato: una lunga lingua d'asfalto nera in mezzo ad altre lingue di fuoco, rosse, arancioni, verdi. Mi stavo già immaginando lo scenario del "campeggio" immerso in questa natura selvaggia, quando il mio sogno viene interrotto da un fuoristrada bianco che mi taglia la strada e mi costringe ad accostare.




Da questo scende una possente donna bionda con la divisa da ranger. Emana un forte profumo di shampoo, da questo deduco quanto forte invece io debba puzzare.
Agita le mani e comincia a buttare giù a raffica parole, delle quali riesco a capirne una su dieci, il senso comunque era più o meno questo: sei più morta che viva, ti porto io a destinazione perché devo essere sicura che non muori in qualche assurdo modo.
Provo a spiegarle che dopo più di 60 miglia in salita nel deserto era inutile scortarmi per un miglio in discesa, ma è stato tutto fiato sprecato, inutile insistere, lei aveva, non so con quale forza all'incredibile hulk, caricato la mia bici sul furgone e mi aveva preso il braccio costringendomi a salire.
In quei pochi minuti di strada non è stata zitta un attimo e io inutilmente cercavo di concentrarmi sul panorama, pensando solamente a quanta poca gente devono vedere durante l'anno in questo punto del mondo.
Il "campeggio" era come me lo aspettavo: uno spiazzo roccioso incastonato nelle bellezze scultore dei massi alla "wil il coyote" e una latrina a cielo aperto poco distante dall'area notte.

Adesso non venitemi a dire che nell'immaginario collettivo il deserto è quel posto talmente tanto enorme e uguale che prima o poi ci si annoia.

Errore

Poco dopo aver montato la tenda in uno spazio ricavato tra rocce e scorpioni  sento i passi di qualcuno che si avvicina da dietro.


A pensarci bene la situazione era abbastanza paradossale perché mi giro e vedo una messicana in uno stato di apparente sobrietà: cosa ci faceva una messicana con un calice di vino rosso e dietro lo sfondo di un bellissimo deserto roccioso?
L'approccio è abbastanza comune, si avvicina lentamente e comincia a strillare parole accoglienti della serie: ma stai bene? ma sei pazza? ma vuoi suicidarti? ma davvero dormi in tenda? ma dove è il tuo cibo? devi andare da qua al grandcanyon … really?!?!?!?
Sta di fatto che cinque minuti dopo mi trovavo seduta ad un tavolo con una birra in mano a raccontare il mio stupido viaggio ad una pazza messicana, una coppia "tipica americana", e una coppia di pensionati.
Quella sera mi sono ubriacata con una bottiglia di margarita perché sebbene sembra assurdo uno dei passatempi degli abitanti di Las Vegas è andare fuori città durante il w.e. e ubriacasi nel deserto a 40 gradi all'ombra.
Il giorno dopo i miei nuovi amici decidono di farmi fare un giro sul loro suv per cavalcare le onde del deserto e così passiamo la mattinata tra una birra e un giro in mezzo alle dune rocciose della valley of fire.



Il pomeriggio passa giocando in un casinò indiano in mezzo al nulla (non ho ancora capito se era più o meno legale, perché da fuori niente sembrava farlo somigliare a un casinò, e perché siamo entrati dal retrobottega).
La sera succede qualcosa di particolare.



Dopo aver mangiato e bevuto abbondantemente il mio amico esce finalmente fuori l'argomento: ma se incontri un pazzo per strada (perché qua di gente malata mentalmente ce ne sta tanta) come ti difendi?
Rispondo ironicamente che ho un coltello che sta sempre nella tasca destra dei miei pantaloncini e che so usarlo bene, ma nessuno ci crede. Ovviamente lui ride e dice: no, tu hai bisogno di una pistola. Il tempo di metterlo a fuoco nell'oscurità e vedo che esce fuori da dietro la maglietta una pistola e la me la porge: la vuoi provare?
Passo in un nano secondo da uno stato lievemente ebbro a uno totalmente sobrio, e un brivido freddo mi sveglia dal torpore alcolico. Nel mio cervello passa l'immagine di un giornale italiano "turista italiana trovata morta in mezzo al deserto a causa di un colpo di pistola, probabile movente dell'omicidio un pericoloso gioco finito male". Ho insistito parecchio spiegandogli che la strada per il grand canyon è davvero ancora lunga e che non voglio spararmi per sbaglio in un piede anche perché l'ospedale più vicino è forse a 5 ore di macchina (in fondo la metà delle morti per armi da fuoco sono davvero causate da stipite persone ubriache che sparano in mezzo al deserto).
L'argomento si accende in un nano secondo, e non sto qua a riportare tutto il pensiero americano sulle armi da fuoco, ma potete immaginarlo benissimo da soli.
Quella era la nostra ultima sera e siamo rimasti in piedi fino a notte fonda anche se l'indomani dovevo alzarmi alle 5 per ripartire.
Non dimentico mai nessuno che incontro per strada, ma loro in un modo o nell'altro si sono davvero distinti, mi hanno coccolata come se fossi una figlia e da li fino alla fine del viaggio si sono fatti vivi telefonicamente per sapere se stavo bene. Questo mi fa capire come sempre durante un viaggio bisogna accantonare i pensieri politici e andare oltre le apparenze, in fondo la loro cultura è diversa dalla nostra e non posso giudicare dall'apparenza una popolazione vittima del consumismo più becero, ma ci sarebbe da aprire una graaaaande, grandissima parentesi al riguardo e non mi va.

Il deserto chiama e io devo andare; così parto nuovamente, questa volta direzione grandcanyon.



mercoledì 2 novembre 2016

U.S.A. PARTE SECONDA - semplicemente partire per la Death Valley

Quando alle 5.45 a.m. mi trovavo sulla Roma - Fiumicino in procinto di perdere il volo, tutto quello che riuscivo a pensare era mio padre e a come sarebbe stato felice di sapere che sarei rimasta a Roma.
Ma questo per fortuna non è successo.
Il 27 settembre alle 18.30 sono atterrata a LAX.

Credo di essere iscritta sia a couchsurfing che a warmshowers, eppure non li ho mai utilizzati.
A me piace pensare che nel mondo esiste ancora il passaparola o la gente incontrata per caso.
Una volta ho provato a chiedere ospitalità tramite uno di questi siti e mentre creavo il mio profilo pensavo che dovevo scrivere cose carine altrimenti la gente non mi avrebbe ospitata, ma io non sono carina, in generale e a maggior ragione dopo un lungo volo, ma chi vuoi che lo sia dopo 14 ore di volo dall'altra parte del mondo. Arrivi stanco, sporco, che puzzi del sudore tuo e degli altri, hai fatto pipì in una scatola e non fumi una sigaretta dal giorno prima in Italia, hai l'ansia che i bagagli si siano persi in qualche scalo e l'inglese, per me, parlare inglese dopo tanto è come camminare con una gamba addormentata, sembro completamente idiota.
Non mi piace farmi ospitare da perfetti estranei conosciuti in internet, sebbene sia uno dei migliori modi per risparmiare soldi.
Io comunque qualcuno che mi ospita lo trovo sempre alla fine. Tramite amici di amici di amici, gente che dall'Italia è scappata via tempo fa, gente che vive una vita parallela, gente che a volte internet nemmeno lo usa.
In America ho trovato Fabio e Sonia. Quindi anche quest'anno sono stata fortunata.

All'alba di una mattina qualunque li ho salutati per andare a fare il mio giro.
E' divertente dire - ciao, ci vediamo tra un mese, forse - di solito esco in bici per andare a lavoro e rientro la sera, non è che capita tutti i giorni di dire ciao, pensando, se tutto va bene, di rientrare in casa dopo un mese.


Secondo me noi dimentichiamo con troppa facilità le nostri origini e quello che eravamo fino a pochissimo tempo fa. Non capisco perché si debba sempre pensare che per fare un viaggio in bici bisogna essere per forza degli atleti, quando la bici fino a qualche decennio fa era il mezzo di spostamento principale.
A volte, devo dire che capita più spesso quando bevo, quando incontro qualcuno, magari amico di amici (e vengo presentata come quella che viaggia, come se nella vita facessi questo e nient'altro, p.s.: devo cominciare a dire che sono una blogger, almeno fa fico), alla solita domanda "ma tu come fai" (con annessi e connessi: mangi bene, non fumi e non bevi) rispondo "prendo la bici, mi siedo e poi comincio a muovere i pedali e quella miracolosamente si regge su due ruote e mi porta in giro" (eh lo so, l'ho detto prima che sono antipatica!).
Se invece non ho bevuto cerco di spiegare che magari provando anche chi pensa sia impossibile può riuscire (vedi a volte la vita che è strana, per esempio non capisco perché qualcuno ci ha dato due gambe, per fare cosa?), se va bene ti apre un mondo, nel peggiore dei casi se ti stufi e pensi che sia troppa fatica puoi sempre buttarla e proseguire in altri modi, non è che si muore di solito per così poco.
Morale della favola è che un viaggio in solitaria in bici è normale, fattibile e sopratutto comune nel resto d'Europa e del mondo.

Andare nel deserto da soli un po' meno.

Ma questo lo sapevo già prima di partire. Non realizzare in testa quello che si sta per fare, ma credo poi in qualsiasi viaggio, è l'errore più grande che si possa fare.
Per un viaggio nel deserto si devono portare tre cose:
_acqua: io ne trascinavo 25 litri per quasi una settimana di vuoto
_cibo: non per forza si deve mangiare qualcosa di fresco, basta solo che sia secco, precotto o bianco, se poi è anche leggero ma calorico ancora meglio
_autodeterminazione: per andare li dentro e uscirne fuori è necessario essere prima sicuri al 120% di volerlo fare, perché una volta in mezzo, completamente isolati da tutto, non è possibile pensare di dire basta adesso mi sono stufato la finisco qua

se manca anche solo una di queste tre cose si muore e di gente che è morta ce ne è stata abbastanza; al contrario invece risulta essere una delle esperienze più affascinanti che si possano fare nella vita.

Io non ero preparata a tutto questo. Non esiste un manuale di sopravvivenza e non amo leggere delle esperienze già fatte da altri. Uscire da Los Angeles e dopo pochi km stare a 40° in mezzo alle montagne è stato un po' come prendere uno schiaffo in faccia.
Infatti la prima sera mi è venuta la febbre.

Ma quando lo spettacolo vale la pena di essere visto, anche la febbre diventa, sebbene fastidiosa, una cosa di poco conto


Mi ci sono voluti quattro giorni per raggiungere la Death Valley e in questi quattro giorni ho avuto il piacere di imbattermi in due tempeste di sabbia.
Forse tutti, nel proprio immaginario, hanno presente come è fatta una tempesta di sabbia, ma sono sicura che non tutti sanno quanto pericolosa possa essere.
La sabbia si infila in ogni dove impedendo di vedere a distanza di qualche centimetro e lentamente ti soffoca.
Comunque la valle della morte si trova all'interno del deserto del Mojave e fa da confine geografico tra California e Nevada. Il suo punto più basso va a circa 300 m sotto il livello del mare e quello più alto a 1.700 m. Quello che nessuno vi dirà è che è assurdamente bella.
Per raggiungerla ci sono diverse strade ed evidentemente io ho scelto la più "brutta" perché per 3 giorni non ho visto un solo essere umano.



Il mio istinto, quando viaggio, quando non c'è nessuno a indicarmi la via, quando il suono dei miei pensieri è più forte di qualsiasi altro rumore; il mio istinto è l'unico a sapermi indirizzare, e ci riesce sempre bene, perché anche perdendomi (forse sopratutto perdendomi) riesco sempre a trovare posti di una bellezza unica che sulla cartina non sono nemmeno segnati.


Le strade nei deserti si perdono, puoi tranquillamente passare da una strada apparentemente tranquilla ed asfaltata allo sterrato.
Adesso non è che lo sterrato sia un problema se hai una bici che ti permette di farlo, l'unico problema è che essendo deserto non conserva traccia di passaggio, quindi ti trovi una distesa di terra in un paesaggio pressapoco lunare e nessun punto di riferimento, è un po' come perdersi in mezzo alle montagne e non trovare più il sentiero, ecco non è esattamente semplice.
Altro piccolo problema è il caldo. Non che io abbia sudato, perché il caldo è un cedo molto secco, e in realtà non sudi ma evapori senza accorgertene. Le labbra e la gola senza idratazione (parliamo di max un'ora senza acqua) diventano secche e cominciano a spaccarsi; tutte le parti scoperte ed esposte al sole cominciano a ustionarsi e un leggero senso di disorientamento (che magari non avrei in qualsiasi altra situazione) prende piede.
A mente molto fredda e con le giuste precauzioni ad ogni modo si riesce ad andare avanti.
Allora puoi arrivare in posti tanto belli quanto unici, e non capisco se sono belli e unici per il semplice fatto che in pochi sono arrivati fino a li o se paesaggisticamente parlando lo sono davvero.



In questo particolare posto le ombre si intrecciano e si fondono con le rocce, delle rocce che sono alte e sottili e si reggono in piedi sotto quel sole da millenni, da prima che l'uomo iniziasse il suo viaggio.
Ho passato una notte insonne per via del vento che sembrava non volesse la mia presenza in quel luogo. Forse alcuni posti devono restare li, lontani dagli sguardi o da lunghe permanenze. 
Per me, che soffro di una fobia per le cose scure, non so se esiste un nome, stare in quel posto circondata da ombre sotto un cielo denso di stelle che riuscivano ad illuminare il profilo di quei mostri statuari è stato un po' come affrontare un demone, nella totale assenza di suoni fatta eccezione per il vento.
Ho provato a prolungare la mia permanenza fuori dalla tenda (tanto mi era impossibile dormire), ma la presenza che quelle ombre potessero raggiungermi mi ha fatto desistere dalla tentazione di rimanere fuori a lungo.



L'indomani, appena il vento mi ha concesso di chiudere tutto il baracchino ho ripreso quella che apparentemente sembrava la giusta direzione per addentrarmi realmente nella Death Valley 


Passo una città fantasma, lo spettacolo è tanto macabro quanto raro. Si trova sulla strada che fiancheggia la valle da est; la via è indicata male, e forse per questo non vedo ombra di macchine, o forse a nessuno interessa quello spettacolo di distruzione.
Quello che colpisce è una targa di pietra con su scritto "in memoria di tutti quelli che tentando di scappare dalla valle della morte sono rimasti intrappolati sotto al sole".
Brividi, semplicemente un grosso enorme brivido lungo la schiena.
Passando oltre la cittadina la strada si interrompe, nuovamente sterrato e questa volta sabbioso e non bastando il vento si alza spingendo la sabbia dentro ogni piega dei miei vestiti. La sensazione è quella di ricevere delle frustate su ogni parte scoperta del corpo; la sabbia avvolge gli occhi la bocca e le narici e non è possibile muoversi rapidamente o respirare profondamente.

l'inizio di una tempesta di sabbia all'orizzonte
Mi dico che devo sbrigarmi, magari sull'altro versante della montagna il vento cambia direzione e ancora una volta  ho fortuna e posso proseguire.
Quello che vedo una volta uscita dalla tempesta è uno spettacolo meraviglioso. Ci sono 150km di strada, ma questa sembra disegnata come in un fumetto. Ricorda un serpente che striscia in superficie e si perde tra le montagne che la fiancheggiano: un trionfo di colori.
Per attraversarla c'è voluto un grosso lavoro di autodeterminazione, perché la strada sale a 1.700m in soli 50km e poi scende a -300 a picco e il mio barometro segnava i 47°, quel caldo che non te ne accorgi ma che ti uccide lentamente, non scherzo nemmeno e vado semplicemente a piedi portando in mano la bici per 50km.
Passo nuovamente una notte in bianco (come potete vedere dalla foto in alto le tempeste di sabbia sono comuni anche di notte, forse anche più la notte e in generale non credo di aver dormito tanto per tutto il mese, non solo nella death valley).
L'indomani decido che è giunta l'ora di andare via da quel posto, sono rimasta con pochi litri di acqua e ho seriamente bisogno di una doccia e di mangiare.

Solitamente nella "vita reale", la mattina ci alziamo e davanti a noi c'è sempre lo stesso, immobile, statico, permanente armadio.
Quel giorno appena sveglia mi sono trovata di fronte a delle maestose, per niente statiche, dune di sabbia e mi sono chiesta quante volte nella vita uno ha la fortuna di svegliarsi e trovarsi di fronte la maestosità di sua regina il deserto.
Certo è che trovarsi li in mezzo non capita per sbaglio e andarsela a cercare a volte vuol dire anche rischiare tutto, ma per me ne è valsa la pena, come in ogni singolo viaggio.
Il caldo insopportabile, la paura di finire l'acqua, il cibo sempre più repellente, la sensazione di essere soli al mondo e abbandonati a madre natura, non sono cose che davvero capitano tutti i giorni, per questo sono speciali.


Superato quel deserto di dune mi ritrovo a salire per la montagna che separa California e Nevada.
La strada che apre le porte al nuovo stato è quella che si vede in tutti i film di motociclisti allo sbaraglio: dritta, infinita, che si perde all'orizzonte e ai fianchi le alte montagne grigie che la sommergono, li, fino a dove l'occhio può arrivare.


Ben presto mi stuferò di vedere sempre lo stesso paesaggio e mi chiederò perché non ho deciso di cambiare direzione, ma allora era già tardi per farsi queste domande perché mi trovavo già dentro il bianco roccioso deserto del Nevada.


martedì 1 novembre 2016

U.S.A. PARTE PRIMA - COME PERDERE UN AEREO

La vita è piena di luoghi comuni.

C'è chi rimane molto sorpreso quando dico che io i biglietti aerei li compro in agenzia. 
Eppure è così, per il semplice fatto che io e il mondo della tecnologia informatica continuiamo a cozzare. Ci ho provato ma non ho mai capito come faccia la gente a trovare voli lowcost, e siccome sono molto pigra preferisco affidare la mia vita agli altri o al caso e poi vedere che succede.
Sta di fatto che solitamente vado in agenzia, guardo la tipa (che oramai mi conosce) e le dico - senti mi serve che mi trovi un volo a/r compresa in un mese, per questa parte del mondo - e così ha sempre funzionato. 
Ovviamente per ottenere il massimo risparmio devi essere disposto a fare sacrifici e a partire in fasce orarie assurde o fare scali a volte quasi di giorni.
Per esempio il mio piano era partire da San Francisco, infatti alla fine sono atterrata a Los Angeles passando prima per Istanbul, e robe del genere.
Oramai a tutto questo sono abituata, alla fine non mi importa tanto la città dove atterro, riesco comunque a pianificare degli obiettivi.

La vita è piena di luoghi comuni.

Da piccolo ti mettono in testa che con l'età si diventa maturi, e che imparerai da ogni tuo errore.
Io però ancora non mi spiego perché continuo a fare gli stessi errori.
E' così che il 27 settembre avevo un volo da Roma a Los Angeles (scalo Istambul) partenza ore 6.30 a.m. Fiumicino.
Quello che sempre ti raccomandano in questi casi (voli internazionali o intercontinentali) è di arrivare in aeroporto con 3 ore di anticipo, a maggior ragione se devi pure imbarcare una bici.

Alle 5.45 del mattino stavo ancora sulla Roma - Fiumicino. 

E' che nella vita a volte bisogna avere fortuna, non che io ne abbia molta, però dai tutto sommato non posso lamentarmi. Il volo non l'ho perso, però ci sono andata davvero vicina.

La vita è piena di luoghi comuni.

Un persona che decide a un certo punto della sua vita di comprare un biglietto per gli states, imbarcare una bici e andare nel deserto, non è una persona necessariamente coraggiosa, nel mio caso si tratta semplicemente di curiosità. 
Questo per dire che nonostante siano passati 5 anni dalla prima volta che ho deciso di imbarcare una bici e girare un posto a caso sulla cartina ogni volta è sempre la prima volta e stare quasi per perdere un volo non aiuta a smorzare la tensione. 
Arrivare sempre 3 ore prima in aeroporto, me lo appunterò a penna sulla mano al prossimo viaggio.

La vita è piena di luoghi comuni.

Le persone pensano che se decidi di fare un viaggio in bici sei un ciclista. In realtà è semplicemente pigrizia: non ho mai preso la patente, ci ho provato una volta, poi ho visto la fila alla motorizzazione e ho pensato "ma perché?"
La verità è che per me l'importante è che il viaggio sia in solitaria. Non l'ho mai fatto, ma non escludo a tutt'oggi un lungo viaggio a piedi o in autostop.

La vita è piena di luoghi comuni.

Molti pensano che certe cose si fanno da giovani, poi non potrai mai più dormire in tenda o fare sforzi fisici prolungati.
Veramente non ho ancora conosciuto (di persona) un cicloviaggiatore sotto i 30 e la generazione (la mia) che sta iniziando a esplorare il favoloso mondo dei viaggi "sudati", pensa di essere avanguardia pura. Amo la vecchia generazione di cicloviaggiatori, quelli che "della tutina da ciclista e della polase non me ne frega niente". 
Non esiste un'età per certe cose, in generale forse non esiste per niente, sono appunto luoghi comuni.

La vita è piena di luoghi comuni.

Assurdo pensare che ci debba essere sempre un perché nelle cose. 
Perché lo fai? Perché hai deciso questo e non quello? Perché non hai comprato questa cosa? Perché in bici? Perché la pensi così? Perché non mi ascolti? Perché non prendi quella strada? Perché?

Di vincoli ne abbiamo tanti ogni giorno, lasciarmi andare, anche solo una volta nella vita, è il regalo più bello che mi sono fatta.
Pensare di avere tutto sotto controllo è uno specchietto per allodole, e non so chi ce lo ha messo in testa, mi piace la casualità della vita, è per questo che non programmo tappe ma obiettivi.

Tutto questo non esclude il doversi tutelare. Il deserto è sempre il deserto e pensare di essere immortali non aiuta. Acqua, cibo e lucidità sono le uniche tre cose che servono, nel deserto come in generale nella vita.



mercoledì 14 settembre 2016

BIKEPACKING - come ti organizzo un raid nel deserto


Chi segue questo blog sa già che sono mesi che organizzo il mio prossimo viaggio interamente in posti desertici. In questi cinque mesi di organizzazione tutto quello che sono riuscita a fare è comprare un biglietto aereo e vedere pressapoco quanta non-vita ci sarà lungo questo percorso che ancora esiste solo nella mia mente. Nulla da temere!!!! Parto giusto tra un paio di settimane e non ho ancora nemmeno capito bene cosa sto per fare.

Bene. Però visto che poi non sono totalmente idiota qualcosa la dovevo pur inventare visto che così a una superficiale vista aerea dei posti che voglio vedere di acqua mi sa che ne troverò poca o niente.

Acqua = idratazione = vita = Ale felice

Datemi della paranoica, ma secondo me 25 litri di acqua per 400 km di tratti desertici a 45° è quello che reputo ottimale dal punto di vista benessere fisico

Sempre per chi ha seguito un po' di robe che ho fatto lo scorso anno mi ritrovavo in mezzo all'outback australiano con 20 litri di acqua a seguito e una trentina di kg tra cibo, vestiti e strumenti di riparazione, per un totale circa di 50kg di roba da portare sul mio vecchio muletto.
E' stato così che l'incubo di tutti gli scemi che vanno nel deserto in bici si è avverato: nonostante la cura nel posizionare e calibrare i pesi da portare, sapendo che era questione di vita o di morte, ho distrutto il portapacchi posteriore.

Broken Hill 1 day before departure

Qui in alto la foto prima del dramma.
Visto che sono ancora viva evidentemente qualcosa me la sarò inventata; c'è una cosa solamente che può salvarti in una situazione del genere, sembra fin troppo semplice ma si chiama "fascetta da elettricista", anche se non auguro a nessuno di doverle utilizzare in una situazione del genere.

Allora, dopo aver definitivamente deciso di accanare la sventurata idea del portapacchi posteriore, cerco di farmi un'idea su una soluzione diversa e spulciando un po' nei diversi blog o siti dedicati ai viaggi noto che la cosa che va per la maggiore è il carrellino che si aggancia posteriormente alla bici … ma a me l'idea di avere un morto da trascinare per 3.000km di deserto sali e scendi per i canyon non ha mai entusiasmato.

Scopro allora che da un po' di anni a questa parte qualcuno l'alternativa l'ha creata e a me non sembra poi tanto male: si chiama BIKEPACKING

Che cosa diavolo è il bikepacking?!?!?!

Si tratta di borse agganciate direttamente al telaio.

Borse su telaio = no portapacchi = meno peso = nessuna ansia 

Direi che l'alternativa sembra comoda e pulita, sicuramente meglio delle famose fascette da elettricista (anche se comunque un bel pacco me lo porto dietro, nella vita non si sa mai).
Così mi torna in mente quello che un tipo conosciuto in bici (adesso non ricordo dove) mi aveva detto a proposito di due ragazzi russi che vendono queste borse fatte su misura.
Così trovo loro: URALTOUR


Perché mi piacciono gli URALTOUR?

1_sono dei backpackers e quindi sanno esattamente quello che vendono
2_sono gentilissimi
3_sono velocissimi
4_sono economici


Ed ecco che la mia bici è quasi pronta. Questa mattina ho fatto una prova di carico acqua ed è uscito fuori che
_nella borsa che va agganciata al reggisella vanno fino a 4 litri di acqua
_nella borsa che si aggancia al manubrio entrano tenda e sacco a pelo
_nella borsa centrale al telaio andranno tutti i miei vestiti
_nella borsa centrale sopra il telaio andranno gli strumenti di riparazione della bici

poi un olandese pazzo che ho conosciuto a caponord (Jasper) mi ha regalato le borse quelle dei fighetti che andranno agganciate a un portapacchi anteriore e che possono contenere fino a 20 litri di acqua; per tutto il resto c'è uno zaino sopra le mie spalle, non proprio il massimo della comodità, ma pur sempre una cosa in più visto che la metà dei bagagli saranno cibo e acqua e su quello non occorre essere parsimoniosi.


This is for my friend Japser(ino) - I love u crazy boy

E infine si sa che dietro una viaggiatrice scema c'è sempre un uomo che sopporta e da consigli tecnici di riparazione e come ogni anno non cambia mai anche se invecchia: Pietro Nardone 


Io l'alternativa l'ho trovata - bikepaker uraltour - adesso vediamo se funziona!

Italian Coast to Coast from Roma to Pescara

"In natura un contorno non esiste, dunque la forma disegnata dall'artista non è un elemento realistico, ma una sorta di spettro"

G. De Chirico

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